Il
giallo all'italiana è un genere cinematografico che conobbe la sua
stagione d'oro negli anni sessanta e settanta e la sua caratteristica
peculiare risiede nella contaminazione fra motivi e stilemi horror e
thriller, imbevuti spesso di morboso erotismo.
Film qui recensiti:
- Sei donne per l'assassino (1964), di Mario Bava
- La morte risale a ieri sera (1970), di Duccio Tessari
- La ragazza che sapeva troppo (1963), di Mario Bava
- Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile (1972) di Roberto Bianchi Montero
- Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer? (1972), di Giuliano Carnimeo
- La tarantola dal ventre nero (1971), di Paolo Cavara
- La morte cammina con i tacchi alti (1971), di Luciano Ercoli
- Nude per l'assassino (1975) di Andrea Bianchi
- Tutti i colori del buio (1972) di Sergio Martino
- La corta notte delle bambole di vetro (1971) di Aldo Lado
- La morte accarezza a mezzanotte (1972) di Luciano Ercoli
- L'etrusco uccide ancora (1972), di Armando Crispino
- Lo strano vizio della signora Wardh (1971), di Sergio Martino
- Un bianco vestito per Marialè (1972), di Romano Scavolini
- La sanguisuga conduce la danza (1975), di Alfredo Rizzo
- L'iguana dalla lingua di fuoco (1971), di Riccardo Freda
- Il gatto a nove code (1971), di Dario Argento
- L'uccello dalle piume di cristallo (1970), di Dario Argento
- Quattro mosche di velluto grigio (1971), di Dario Argento
- Chi l'ha vista morire? (1972), di Aldo Lado
- La volpe dalla coda di velluto (1972), di Josè Maria Forque
- Sette note in nero ( 1977), di Lucio Fulci
- Così dolce...Così perversa (1969), di Umberto Lenzi
"Sei donne per l'assassino" (1964) di Mario Bava
"Capofila del genere giallo", "archetipo dei thriller", "film seminale", "pilastro storico della cinematografia italiana", "Sei donne per l'assassino" è stato incensato dalla critica degli ultimi decenni, per il fatto di avere creato l'iconografia del maniaco omicida, del killer seriale, ossia l'uomo dal volto coperto, con immancabili impermeabile e guanti, che uccide le sue vittime strangolandole, oppure con armi da taglio e comunque mai da fuoco. Tra gli altri, Dario Argento ha un grosso debito nei suoi confronti. Inoltre, si è da più parti osservato come Mario Bava interpretasse il cinema come arte visionaria e pittorica, barocca, in cui il trionfo dei colori accesi, l'uso delle sfocature e delle messe a fuoco alternate, le invenzioni scenografiche e gli effetti speciali, pur artigianali, hanno fatto scuola per i futuri cineasti ( uno su tutti, lo spagnolo Almodovar ). La trama di "Sei donne per l'assassino" è povera cosa, come tutta la sceneggiatura, ma al regista poco importavano dialoghi e profili psicologici dei personaggi, essendo tutto teso a fare della pellicola la folgorante tela dei suoi dipinti. Comunque c'è naturalmente un plot, che vede un maniaco uccidere modelle per una sorta di sfregio alla bellezza femminile ( sul finale si scopre, in aggiunta, la motivazione economica).Anche una certa misoginia imperante nel cinema di genere italiano, in questo senso, trova in questo film uno dei suoi semi più fecondi
" La morte risale a ieri sera" (1970) , di Duccio Tessari
Molto riuscito questo giallo che apre gli anni settanta nel cinema di genere italiano. Un film che non ha perduto smalto a distanza di quasi mezzo secolo, con interessantissimi esiti da 'revenge movie' alla Park Chan-wook , nel finale, molto violento ed efficace, con un Raf Vallone, fino a quel momento della storia sotto tono nella recitazione, il quale conclude in grande spolvero con una memorabile strage di aguzzini all'interno di una lavanderia.
Anche il dialogo, quasi surreale, fra il commissario di polizia e l'anziano padre della ragazza assassinata, sanguinante sui cadaveri dei criminali che ha appena fatto fuori in una esplosione di ira, è da antologia: Il commissario Lamberti: "E' compito mio arrestare gli assassini. Sono pagato per questo!" - Il vecchio padre: "Oggi è sabato, il mio giorno di libertà. Se avessi lavorato, li avrebbe trovati lei. Ma oggi è sabato. Sabato".
Del resto Tessari è uno che sapeva sia girare che scrivere ( fu il coautore della sceneggiatura di "Per un pugno di dollari" di Sergio Leone) e anche l'anno successivo, con "Una farfalla dalle ali insanguinate", seppure inferiore al primo, si sarebbe confermato come talentuoso autore.
La trama di "La morte risale a ieri sera" , ispirata dal romanzo dello scrittore Giorgio Scerbanenco " I milanesi ammazzano al sabato", vede la figlia di un impiegato piccolo borghese, una ragazza con gravi deficit cognitivi, alta, belllissima ( la modella e attrice inglese Gillian Bray ) e ninfomane, cadere preda di una banda di sfruttatori della prostituzione che approfittano della sua stupidità per rapirla, stuprarla, e venderla ai loro clienti.
Il commissario Duca Lamberti ( intepretato dall'attore americano Frank Wolf), impietositosi di fronte alle preghiere accorate dell'uomo che da un mese non ha notizie della figlia, si prende l'incarico di scovarla coadiuvato dal giovane collaboratore Mascaranti ( Gabriele Tinti, famoso anche per essere stato sposato alla mitica Laura Gemser).
Ma quando i rapitori si sentono braccati dalla polizia e sono stufi del pianto e dei lamenti delle ragazza che invoca suo padre mentre viene violentata di continuo, se ne liberano uccidendola in modo truce.
Il finale è un bagno di sangue, quasi catartico, in nome della vendetta.
Anche il dialogo, quasi surreale, fra il commissario di polizia e l'anziano padre della ragazza assassinata, sanguinante sui cadaveri dei criminali che ha appena fatto fuori in una esplosione di ira, è da antologia: Il commissario Lamberti: "E' compito mio arrestare gli assassini. Sono pagato per questo!" - Il vecchio padre: "Oggi è sabato, il mio giorno di libertà. Se avessi lavorato, li avrebbe trovati lei. Ma oggi è sabato. Sabato".
Del resto Tessari è uno che sapeva sia girare che scrivere ( fu il coautore della sceneggiatura di "Per un pugno di dollari" di Sergio Leone) e anche l'anno successivo, con "Una farfalla dalle ali insanguinate", seppure inferiore al primo, si sarebbe confermato come talentuoso autore.
La trama di "La morte risale a ieri sera" , ispirata dal romanzo dello scrittore Giorgio Scerbanenco " I milanesi ammazzano al sabato", vede la figlia di un impiegato piccolo borghese, una ragazza con gravi deficit cognitivi, alta, belllissima ( la modella e attrice inglese Gillian Bray ) e ninfomane, cadere preda di una banda di sfruttatori della prostituzione che approfittano della sua stupidità per rapirla, stuprarla, e venderla ai loro clienti.
Il commissario Duca Lamberti ( intepretato dall'attore americano Frank Wolf), impietositosi di fronte alle preghiere accorate dell'uomo che da un mese non ha notizie della figlia, si prende l'incarico di scovarla coadiuvato dal giovane collaboratore Mascaranti ( Gabriele Tinti, famoso anche per essere stato sposato alla mitica Laura Gemser).
Ma quando i rapitori si sentono braccati dalla polizia e sono stufi del pianto e dei lamenti delle ragazza che invoca suo padre mentre viene violentata di continuo, se ne liberano uccidendola in modo truce.
Il finale è un bagno di sangue, quasi catartico, in nome della vendetta.
"
La ragazza che sapeva troppo" ( 1963)
Il
cinema di atmosfere tipico di Bava anche in questo film trova la sua
migliore espressione. Il gioco di ombre e luci in cui il regista era
maestro ( ed il bianco e nero della pellicola, in questo senso è
perfettamente funzionale) e venature horror mescolate a momenti di
umorismo, fanno de "La donna che sapeva troppo" un'opera
artigianale pregevole, seppur la sceneggiatura del premio Oscar Ennio
De Concini qui sia ben poca cosa.
Altri
difetti riscontrabili sono inoltre la voce fuori campo; la musica dei
titoli di testa, con la canzone "Furore", di Adriano
Celentano, che poi viene ripresa e che appare del tutto fuori luogo;
e la recitazione dei due attori protagonisti, Letícia
Román e John Saxon ( qui acerbo ventottenne), che
appaiono entrambi poco espressivi.
Ma
al di là di queste pecche, il film è un saggio di bravura del
regista Mario Bava, che, tra l'altro, influenzerà moltissimo le
prime opere di Dario Argento, specie nella scelta di riprendere una
Roma notturna spettrale e inquietante, con la splendida fotografia di
Trinità dei monti e di Piazza di Spagna, immagini alternate alle
sequenze claustrofobiche dentro appartamenti, in cui persino oggetti
insignificanti come maniglie, porte, finestre sono capaci di
provocare brividi di paura.
La
trama muove dal viaggio turistico a Roma di un'americana, Nora Davis,
appassionata lettrice di gialli ( un medico poi le dirà che i gialli
sono letture pericolose ) che viene ospitata da una vecchia signora,
la quale muore di arresto cardiaco la prima notte in cui la giovane
turista è arrivata. Da quel momento in poi, Nora viene travolta da
una spirale di terrore, poichè uscita in piena notte per correre
all'ospedale vicino e chiedere l'aiuto di un dottore che aveva
conosciuto a casa della defunta, viene prima scippata con violenza da
un borseggiatore e poi assiste ad un delitto ( una donna accoltellata
in un bagno di sangue), perdendo i sensi, dopo aver battuto la testa.
Inoltre
presto ella scopre che quel delitto è collegato ad una serie di
omicidi avvenuti dieci anni prima ad opera di un misterioso omicida,
chiamato il killer dell'alfabeto, il quale si era fermato alla
lettera 'C' e dunque ora a Nora Davis ( il suo cognome comincia per
'D' e dunque è la perfetta vittima designata) potrebbe accadere lo
stesso.
Il
dottore frattanto si innamora di lei, ma la ragazza è 'all business'
e seppur ricambi tiepidamente il giovane medico con qualche bacio
rubato, è concentrata soprattuto sulla risoluzione del caso, cosa
che avverrà dopo la comparsa di un altro protagonista della storia,
un giornalista in crisi esistenziale che aveva seguito le vicende del
killer dell'alfabeto una decade prima e che ora da qualche input alla
Davis per le indagini.
Certo,
come detto prima si tratta di un plot povero di snodi narrativi
avvincenti
e si prova una certa delusione anche al momento della scoperta
dell'assassina e delle sue motivazioni criminali.
"Rivelazioni di un maniaco sessuale al capo della squadra mobile" (1972) di Roberto Bianchi Montero
Omaggio evidente a Bava e al suo "Sei donne per l'assassino" , il film di Roberto Montero, a parte qualche valenza politica anti-borghese, è un sexy-thriller povero di suspance e si limita ad un conturbante campionario delle bellezze dell'epoca ( Susan Scott, Silvia Koscina, Femi Fenussi, tra le altre) che offrono generose nudità allo spettatore, prima di essere sgozzate da un killer moralista, il quale uccide le donne infedeli ai mariti.
La parte più interessante della trama e forse la sequenza più bella del film,è quella in cui il capo della squadra mobile, il commissario Capuana, incaricato delle indagini, scopre che anche sua moglie lo tradisce e assiste in diretta senza intervenire all'accoppamento della fedifraga, anche perchè gli sovvengono in flashback tutti i momenti in cui ella lo aveva ingannato , salvo poi – non si capisce perchè – sparare al maniaco che sta per fuggire via.
Da notare l'efficace tema musicale che accompagna ogni delitto e il buon uso del rallenty nella scena dell'assassinio di Femi Benussi sulla spiaggia.
Pochissima importanza sembra avere lo studio delle motivazioni dell'assassino.
La parte più interessante della trama e forse la sequenza più bella del film,è quella in cui il capo della squadra mobile, il commissario Capuana, incaricato delle indagini, scopre che anche sua moglie lo tradisce e assiste in diretta senza intervenire all'accoppamento della fedifraga, anche perchè gli sovvengono in flashback tutti i momenti in cui ella lo aveva ingannato , salvo poi – non si capisce perchè – sparare al maniaco che sta per fuggire via.
Da notare l'efficace tema musicale che accompagna ogni delitto e il buon uso del rallenty nella scena dell'assassinio di Femi Benussi sulla spiaggia.
Pochissima importanza sembra avere lo studio delle motivazioni dell'assassino.
"Perchè quelle strane gocce di sangue sul corpo di Jennifer?", di Giuliano Carnimeo
Difficile
dare un giudizio su questo film, in quanto a fronte di gravi difetti
strutturali – come la pessima sceneggiatura e la debolezza estrema
sia dei dialoghi che dell'introspezione psicologica dei personaggi –
esso presenta alcune intuizioni visive notevoli ( in primis i tre
delitti: nell'ascensore, per strada e nello scantinato, che sono da
antologia) e il regista Carnimeo dimostra di sapere usare la macchina
da presa in modo perfettamente consono al genere thriller, con
efficaci inquadrature in soggettiva, l'uso ossessivo dello zoom e
punti di vista 'sghembi' che generano atmosfera da brivido e
inquietudine.
Il soggetto
della storia avrebbe potuto trovare migliore svolgimento, perchè
molto buona e polanskiana appare l'idea di ambientare il giallo in
un claustrofobico condominio popolato da una serie di mostri
travestiti da persone per bene, ma la narrazione, che forse ambiva a
muoversi anche sul terreno del grottesco, inciampa in momenti di
stanca e altre volte scivola persino nel caricaturale, con
involontario effetto esilarante.
Del tutto
inutile e inconsistente, poi, appare il ruolo degli investigatori,
con il pur notevole Albertini, che qui intepreta un commissario con
la passione per la filatelia.
Scarsa la
prova recitativa dell'ingessato ed inespressivo George Hilton, mentre
bravo è Lionello a caratterizzare il fotografo gay. La fenech fa la
fenech e non si discute.
"La tarantola dal ventre nero" (1971), di Paolo Cavara
Come sottolinea Luca Rea nel suo volume sul giallo italiano "Tutti i colori del buio", negli anni settanta i titoli dei film si ispiravano spesso alla fauna ( mosche, iguane, gatti, lucertole, ecc. ) e anche questo non fa eccezione. Ma il richiamo alla tarantola in questa storia assume un significato più appropriato, dato che l'assassino seriale ( un maniaco paranoico impotente, che si finge cieco ) uccide le sue vittime ( bellissime donne, nude o seminude , come di prammatica allora ) con la tecnica paralizzante adoperata dall'ape per avere la meglio sull'aracnide.
Il regista del film, Paolo Cavara, fu un pluripremiato documentarista che nella sua carriera si cimentò due volte con il thriller, con buoni esiti, come in questo caso.
Naturalmente, l'omaggio a "Sei donne per l'assassino" è evidente, a parte che per l'abbigliamento del killer, soprattutto nella sequenza dell'omicidio nella pellicceria , il quale ripropone una scenografia barocca molto simile all'atelier di moda utilizzato da Bava e scimmiotta la tecnica pittorica del Maestro, l'uso delle sfocature e l'attenzione di quest'ultimo verso gli oggetti ( i manichini, per esempio) che divengono a loro volta inquietanti e minacciosi.
Ma Cavara imita bene sia Bava che Argento e sa usare la macchina da presa in modo efficace, e nelle sequenze di azione e nei dialoghi e nell'interazione fra i personaggi e altresì in quelle squisitamente legate al brivido e al gore.
Il cast è di tutto riguardo, vantando un giovane Giancarlo Giannini – il quale torna al cinema giallo erotico dopo essere stato lanciato da Gastaldi, nel 1965, con "Libido"; e inoltre Stefania Sandrelli, Rossella Falk, Barbara Bouchet.
Da menzionare anche la presenza di Eugene Ferdinand Walter , che troveremo come assassino ne "La casa dalle finestre che ridono " di Avati.
La trama si snoda dall'accoltellamento selvaggio di una ninfomane ( Barbara Bouchet) che attiva le indagini del commissario Tellini ( Giancarlo Giannini), il quale scoprirà l'autore dei delitti, solo dopo che altre tre donne ( la Incontrera, la Bach e La Falk ) verranno a loro volta trucidate con la stessa tecnica dello spillone paralizzante seguito da pugnalate.
La sceneggiatrice, tale Lucille Lukas , il cui nome sentiamo per la prima volta, depista il plot con una storia di droga e di ricatti, per mescolare le carte e rendere più appassionante la ricerca del colpevole. Tentativo parzialmente riuscito.
In sintesi, si tratta di un buon giallo, che non aggiunge niente al genere, ma che è un convincente contributo a consolidarne gli stilemi.
Il regista del film, Paolo Cavara, fu un pluripremiato documentarista che nella sua carriera si cimentò due volte con il thriller, con buoni esiti, come in questo caso.
Naturalmente, l'omaggio a "Sei donne per l'assassino" è evidente, a parte che per l'abbigliamento del killer, soprattutto nella sequenza dell'omicidio nella pellicceria , il quale ripropone una scenografia barocca molto simile all'atelier di moda utilizzato da Bava e scimmiotta la tecnica pittorica del Maestro, l'uso delle sfocature e l'attenzione di quest'ultimo verso gli oggetti ( i manichini, per esempio) che divengono a loro volta inquietanti e minacciosi.
Ma Cavara imita bene sia Bava che Argento e sa usare la macchina da presa in modo efficace, e nelle sequenze di azione e nei dialoghi e nell'interazione fra i personaggi e altresì in quelle squisitamente legate al brivido e al gore.
Il cast è di tutto riguardo, vantando un giovane Giancarlo Giannini – il quale torna al cinema giallo erotico dopo essere stato lanciato da Gastaldi, nel 1965, con "Libido"; e inoltre Stefania Sandrelli, Rossella Falk, Barbara Bouchet.
Da menzionare anche la presenza di Eugene Ferdinand Walter , che troveremo come assassino ne "La casa dalle finestre che ridono " di Avati.
La trama si snoda dall'accoltellamento selvaggio di una ninfomane ( Barbara Bouchet) che attiva le indagini del commissario Tellini ( Giancarlo Giannini), il quale scoprirà l'autore dei delitti, solo dopo che altre tre donne ( la Incontrera, la Bach e La Falk ) verranno a loro volta trucidate con la stessa tecnica dello spillone paralizzante seguito da pugnalate.
La sceneggiatrice, tale Lucille Lukas , il cui nome sentiamo per la prima volta, depista il plot con una storia di droga e di ricatti, per mescolare le carte e rendere più appassionante la ricerca del colpevole. Tentativo parzialmente riuscito.
In sintesi, si tratta di un buon giallo, che non aggiunge niente al genere, ma che è un convincente contributo a consolidarne gli stilemi.
La morte cammina con i tacchi alti (1971), di Luciano Ercoli
Ercoli confeziona un discreto giallo con stile asciutto, classico, mai incline ai virtuosismi della camera, pochissimo influenzato dalle inquadrature e dai movimenti argentiani e baviani. Si potrebbe dire, infatti, che la sua è una regia 'impercettibile', 'invisibile', alla Hammer movie.
Il film è diviso in due blocchi, di cui il primo, 'erotico-sentimentale', avrebbe necessitato uno snellimento ( nonostante la notevole presenza scenica della bella e simpatica Susan Scott) , e migliora decisamente nella seconda parte, con un plot giallistico abbastanza interessante, perchè gli indizi di colpevolezza vanno sapientemente in varie direzioni e fino alla fine si rimane nel dubbio su chi sia veramente il colpevole del duplice omicidio, di padre e figlia, a distanza di tempo.
Tutta la storia ruota intorno ad una partita di diamanti frutto di una rapina e alla conseguente persecuzione della figlia di uno dei ladri, da parte del rapinatore e assassino che vuole recuperarli e sa che sono nelle mani di lei.
Buona la caratterizzazione di personaggi minori come l'ispettore Baxter ( l'attore Carlo Gentili ), che conferisce al film un tocco di humour britannico, contrapposto a qualche scena gore di feroce tagliuzzamento delle vittime. Buona anche la sceneggiatura di Gastaldi.
Il film è diviso in due blocchi, di cui il primo, 'erotico-sentimentale', avrebbe necessitato uno snellimento ( nonostante la notevole presenza scenica della bella e simpatica Susan Scott) , e migliora decisamente nella seconda parte, con un plot giallistico abbastanza interessante, perchè gli indizi di colpevolezza vanno sapientemente in varie direzioni e fino alla fine si rimane nel dubbio su chi sia veramente il colpevole del duplice omicidio, di padre e figlia, a distanza di tempo.
Tutta la storia ruota intorno ad una partita di diamanti frutto di una rapina e alla conseguente persecuzione della figlia di uno dei ladri, da parte del rapinatore e assassino che vuole recuperarli e sa che sono nelle mani di lei.
Buona la caratterizzazione di personaggi minori come l'ispettore Baxter ( l'attore Carlo Gentili ), che conferisce al film un tocco di humour britannico, contrapposto a qualche scena gore di feroce tagliuzzamento delle vittime. Buona anche la sceneggiatura di Gastaldi.
Nude per l'assassino (1975) di Andrea Bianchi
Filmaccio trash del regista Andrea Bianchi, uno degli autori meno dotati del cinema italiano di genere. Il finale, con Mario Castelnuovo che propone alla Fenech la sodomia come metodo anti-concezionale, la dice tutta sulla natura pecoreccia di questo giallo senza la minima tensione e costellato solo da nudi femminili, dato che, tra l'altro, si capisce la motivazione dell'assassino fin dalle prime scene.
La trama si svolge nell'ambiente di un'agenzia di fotomodelle in cui vari personaggi caricaturali ( come quello di Franco Diogene, che interpreta un impotente patetico) sono coinvolti nei delitti efferati di un killer ( la cui iconografia ricorda quella del ben superiore "La poliza chiede aiuto" di Mtassimo Dallamano) che in seguito si rivelerà essere una donna e in particolare la sorella di una ragazza che era rimasta uccisa durante un procurato aborto.
Da menzionare solo la capigliatura alla maschietto della Fenech, che le dona molto e la presenza della biondissima testimonial storica della birra Peroni, la modella e attrice tedesca Solvi Stubing, recentemente scomparsa, e qui nel ruolo dell'assassina vendicatrice.
La trama si svolge nell'ambiente di un'agenzia di fotomodelle in cui vari personaggi caricaturali ( come quello di Franco Diogene, che interpreta un impotente patetico) sono coinvolti nei delitti efferati di un killer ( la cui iconografia ricorda quella del ben superiore "La poliza chiede aiuto" di Mtassimo Dallamano) che in seguito si rivelerà essere una donna e in particolare la sorella di una ragazza che era rimasta uccisa durante un procurato aborto.
Da menzionare solo la capigliatura alla maschietto della Fenech, che le dona molto e la presenza della biondissima testimonial storica della birra Peroni, la modella e attrice tedesca Solvi Stubing, recentemente scomparsa, e qui nel ruolo dell'assassina vendicatrice.
"Tutti i colori del buio" (1972) di Sergio Martino
Di giallo ha davvero ben poco questo film che erroneamente viene quindi inserito in questo genere. E' forse più un tentativo ( per lo più fallimentare ) di horror psicologico che solo nel finale vorrebbe sterzare sul giallo, ma lo fa con eccessivo ritardo e lo fa male.
Diciamo, infatti, che questa è una delle prove meno riuscite del regista Sergio Martino, colpevole di scimmiottare troppo e maldestramente Roman Polanski, al limite del risibile nelle scene del sabba davvero pessime.
Da salvare, invece, alcune sequenze oniriche ( su tutte quella dell'apertura del film) in cui il regista mostra di che stoffa è fatto, la scena dei vecchi gestori di un hotel che ospitano la ragazza 'disturbata', e la recitazione della Fenech, che qui si supera in bravura. Mentre insopportabile risulta, come sempre, l'attore Rassimov e Hilton anonimo.
Ottime la fotografia e le musiche. Da dimenticare la sceneggiatura di Gastaldi.
Diciamo, infatti, che questa è una delle prove meno riuscite del regista Sergio Martino, colpevole di scimmiottare troppo e maldestramente Roman Polanski, al limite del risibile nelle scene del sabba davvero pessime.
Da salvare, invece, alcune sequenze oniriche ( su tutte quella dell'apertura del film) in cui il regista mostra di che stoffa è fatto, la scena dei vecchi gestori di un hotel che ospitano la ragazza 'disturbata', e la recitazione della Fenech, che qui si supera in bravura. Mentre insopportabile risulta, come sempre, l'attore Rassimov e Hilton anonimo.
Ottime la fotografia e le musiche. Da dimenticare la sceneggiatura di Gastaldi.
La
corta notte delle bambole di vetro ( 1971 ) di Aldo Lado
Grande
esordio alla regia per Aldo Lado, che confeziona un avvincente giallo
con venature horror e di fantapolitica.
Di
tutto il film solo il pistolotto che spiega la natura del potere (
forse metafora dei regimi autoritari dell'est) appare pleonastico e
infelice.
Data
l'intuibilità del messaggio, Lado avrebbe fatto molto meglio a
lasciarlo non detto esplicitamente.
A
parte questo piccolo difetto, "La corta notte delle bambole di
vetro" è un thriller che funziona molto bene anche grazie alla
trovata inquietante dell'uomo, un giornalista americano di cronaca
nera a Praga per un articolo ( interpretato dal bello ma inespressivo
Jean Sorel) , che si trova in stato di morte apparente, pur essendo
perfettamente cosciente e la cui voce fuori campo ( omaggio al
capolavoro noir "Viale del tramonto", di Wilder?) ci
accompagna nella narrazione degli eventi che hanno condotto a questa
situazione attraverso i suoi flashback.
Fino
all'ultima sequenza lo spettatore è indotto a sperare che egli si
possa salvare e che i medici si accorgano che sia ancora vivo. Si
scoprirà che è stata una sinistra organizzazione segreta ( il club
dei 99 ) a ridurlo così, a causa della sua ostinazione nel volere
ricercare la verità sulla scomparsa di una ragazza praghese ( la
'bambola' Barbara Bach) .
In
una intervista recente Aldo Lado ha spiegato che l'ispirazione del
film gli venne leggendo di vari giudici istruttori trasferiti contro
la loro volontà, per evitare che continuassero le sue indagini sulla
corruzione politica.
Le
musiche di Morricone forse non sono tra le migliori create dal premio
Oscar, ma funzionano abbastanza bene e la fotografia è
straordinariamente bella per un film di genere.
Sprecata
appare la presenza di Ingrid Thulin ( una delle attrice più amate da
Ingmar Bergman ) e di Mario Adorf.
La morte accarezza a mezzanotte (1972) di Luciano Ercoli
Un anno dopo "La morte cammina con i tacchi alti", il regista Luciano Ercoli rimette su quasi tutta la squadra di attori del precedente film, dal caratterista mastino con 'giogaia', Claudio Gentili ( il commissario Seripa), il bel Simon Andreu ( il giornalista), Claudie Lange ( sorella di una delle vittime e poi vittima ella stessa) fino alla protagonista Nieves Navarro alias Susan Scott e moglie del regista ( modella chiaroveggente e personaggio principale della storia).
Ma qui il cast che nell'altro film aveva funzionato bene offre una prova complessivamente molto meno avvincente, anche a causa di una sceneggiatura piena di scollamenti, incongruenze e passaggi a vuoto. Invero,
il buon soggetto di Corbucci, che ispirerà John Carpenter ne "Gli occhi di Laura Mars" nel 1978, viene sprecato da Ernesto Gastaldi, il quale in questa occasione si mostra particolarmente pigro e approssimativo.
Peccato, perchè l'incipit del film è molto promettente, con la fotomodella Valentina ( Susan Scott) che dopo avere assunto stupefacenti allucinogeni ha la visione paranormale di un omicidio efferato realmente compiuto da un killer che adopera un pugno chiodato.
E il regista Ercoli ha ottimo mestiere nel rendere suggestive queste sequenze con le sue inquadrature e i suoi tempi, ma poi la storia si annacqua e perde gradualmente ogni appeal, anche a causa di una noiosa riproposizione del fatto che nessuno creda alla veridicità delle affermazioni della ragazza visionaria, nonostante i vari elementi di prova che ne convalidano le affermazioni.
Inoltre la vicenda si ingarbuglia pretestuosamente, diventando una storia di droga, con la comparsa altri personaggi minori che non imprimono alla narrazione significative spinte in avanti e il finale è disastroso, dal punto di vista del giallo, con l'uccisione - e pietra tombale del film - del killer da parte di altri killer.
Ma qui il cast che nell'altro film aveva funzionato bene offre una prova complessivamente molto meno avvincente, anche a causa di una sceneggiatura piena di scollamenti, incongruenze e passaggi a vuoto. Invero,
il buon soggetto di Corbucci, che ispirerà John Carpenter ne "Gli occhi di Laura Mars" nel 1978, viene sprecato da Ernesto Gastaldi, il quale in questa occasione si mostra particolarmente pigro e approssimativo.
Peccato, perchè l'incipit del film è molto promettente, con la fotomodella Valentina ( Susan Scott) che dopo avere assunto stupefacenti allucinogeni ha la visione paranormale di un omicidio efferato realmente compiuto da un killer che adopera un pugno chiodato.
E il regista Ercoli ha ottimo mestiere nel rendere suggestive queste sequenze con le sue inquadrature e i suoi tempi, ma poi la storia si annacqua e perde gradualmente ogni appeal, anche a causa di una noiosa riproposizione del fatto che nessuno creda alla veridicità delle affermazioni della ragazza visionaria, nonostante i vari elementi di prova che ne convalidano le affermazioni.
Inoltre la vicenda si ingarbuglia pretestuosamente, diventando una storia di droga, con la comparsa altri personaggi minori che non imprimono alla narrazione significative spinte in avanti e il finale è disastroso, dal punto di vista del giallo, con l'uccisione - e pietra tombale del film - del killer da parte di altri killer.
"L' etrusco uccide ancora" (1972), di Armando Crispino
Le tombe non si violano. Lo ha dimostrato "Shining"(1982),l'immortale capolavoro di Kubrick ispirato dal romanzo di King e dieci anni prima questo discreto giallo 'soprannaturale' e un pò splatter, di Armando Crispino.
Buona la trama, con il demonio etrusco Tuchulcha che aleggia per tutto il film, lasciandoci nel dubbio se a commettere gli omicidi sia lui stesso o un uomo per mano sua e belle le sequenze in cui il regista lo ritrae in effige fra le fiamme.
La storia è di alcuni scavi archeologici condotti in Umbria da un americano manesco, fisicamente prestante e dal caratteraccio alterato anche dalla sua dedizione all'alcool( il legnoso attore Alex Cord, il quale nella sequenza dell'inseguimento del costumista gay in auto sembra Maurizio Merli) ) che con la sua ricerca si imbatte in una necropoli etrusca, disturbando il sonno dei morti.
Questo scenario viene poi 'complicato' con l'introduzione di elementi psicanalitici, relativi ad un trauma infantile che si ripercuote nel presente e che si rivela essere il vero motore di quegli efferati delitti.
Ma proprio questa commistione fra soprannaturale e psicologico nuoce alla tensione del film, che avrebbe potuto essere molto più convincente se avesse insistito sulla prima componente.
Inoltre altro difetto è l'introduzione di alcuni personaggi minori che appesantiscono inutilmente il plot ( unosu tutti, quello del collerico direttore d'orchestra al quale viene dato troppo spazio).
D'altra parte Crispino ha tuttavia grandi intuizioni, come quella dell'insistenza sul dettaglio delle scarpette rosse, utilizzate efficacemente come flashforward per ciò che si dipanerà sul finale del film e in generale è capace di creare un'atmosfera inquietante che bilancia la scarsezza della sceneggiatura e certa risibilità dei dialoghi.
Nel complesso, quindi, nonostante le pecche sopra indicate, una buona prova per questo regista che nella sua carriera poi firmerà l'ancora più riuscito "Macchie solari" ( 1975).
Buona la trama, con il demonio etrusco Tuchulcha che aleggia per tutto il film, lasciandoci nel dubbio se a commettere gli omicidi sia lui stesso o un uomo per mano sua e belle le sequenze in cui il regista lo ritrae in effige fra le fiamme.
La storia è di alcuni scavi archeologici condotti in Umbria da un americano manesco, fisicamente prestante e dal caratteraccio alterato anche dalla sua dedizione all'alcool( il legnoso attore Alex Cord, il quale nella sequenza dell'inseguimento del costumista gay in auto sembra Maurizio Merli) ) che con la sua ricerca si imbatte in una necropoli etrusca, disturbando il sonno dei morti.
Questo scenario viene poi 'complicato' con l'introduzione di elementi psicanalitici, relativi ad un trauma infantile che si ripercuote nel presente e che si rivela essere il vero motore di quegli efferati delitti.
Ma proprio questa commistione fra soprannaturale e psicologico nuoce alla tensione del film, che avrebbe potuto essere molto più convincente se avesse insistito sulla prima componente.
Inoltre altro difetto è l'introduzione di alcuni personaggi minori che appesantiscono inutilmente il plot ( unosu tutti, quello del collerico direttore d'orchestra al quale viene dato troppo spazio).
D'altra parte Crispino ha tuttavia grandi intuizioni, come quella dell'insistenza sul dettaglio delle scarpette rosse, utilizzate efficacemente come flashforward per ciò che si dipanerà sul finale del film e in generale è capace di creare un'atmosfera inquietante che bilancia la scarsezza della sceneggiatura e certa risibilità dei dialoghi.
Nel complesso, quindi, nonostante le pecche sopra indicate, una buona prova per questo regista che nella sua carriera poi firmerà l'ancora più riuscito "Macchie solari" ( 1975).
"Lo strano vizio della signora Wardh" (1971), di Sergio Martino
Vienna, Freud e "Lo strano vizio
della signora Wardh". Questo trittico avrebbe potuto essere una
intrigante chiave di sviluppo per questa storia, approfondendo
un'indagine psicologica sul 'piacere del dolore' di una giovane
donna austriaca ( la generosa Edwige Fenech) sposata ad un
finanziere, ma oggetto dello stalking del suo ex amante ( Ivan
Rassimov) violento.
Invece i flashback di rapporti sessuali
sadomaso sono l'unica evidenza data allo spettatore, senza scavare
sulle motivazioni della ragazza e del suo 'master ' ( come si usa
dire nel gergo).
Il film comunque si presenta come un
giallo erotico modesto, dal denouement inverosimile e banale allo
stesso tempo, sullo sfondo di una Vienna nefestata dagli omicidi
seriali di un maniaco. Ma questo killer in tuta nera con il rasoio
che uccide giovani e belle ragazze viene quasi del tutto
marginalizzato e liquidato superficialmente, quasi che servisse solo
da riempitivo obbligatorio della vicenda, tanto che quando ne vediamo
il volto ci domandiamo "ma chi è questo tizio?" Senza
alcuna suspance sciolta. Le indagini della polizia sul suo conto e
sulle scene del crimine sono tra l'altro ignorate del tutto nella
sceneggiatura.
Cult solo nel titolo e la peggiore
prova di Martino nel thriller.
" Un bianco vestito per Marialè" (1972) di Romano Scavolini
Un giallo gotico delirante e bizzarro, che mescola un pò di tutto, da Pirandello a Bunuel ("L'angelo sterminatore" e "Veridiana" ), ad Agatha Christie ( 10 piccoli indiani), in un'accozzaglia pretenziosa e incoerente e con un finale ridicolo, che ben si condensa nella voce infantile del personaggio principale, una donna che nell'adolescenza ha visto morire madre e padre tragicamente, la quale ripete "Papà" in stato catatonico, nel momento della storia in cui si rivela ( cosa largamente intuibile per tutta la durata del film) che è lei l'autrice dei delitti, perchè pazza.
Gli attori sono tutti maldestramente e forzatamente sopra le righe, non per colpa loro, ma per pseudoautoriali esigenze 'surreali' di copione, tanto che Ivan Russimov, uno dei peggiori interpreti che abbiano frequentato il cinema italiano, qui sembra Lawrence Olivier rispetto agli altri, come la Galli e Pistilli, che non credomo minimamente a ciò che stanno facendo.
La trama è vecchia e abusata, con il solito invito di un gruppo di persone presso un castello gotico, che vengono eliminate una dopo l'altra dal loro ospite, la quale, come detto sopra, è una donna gravemente disturbata e affetta da follia omicida.
In questo disastro a tratti ridicolo ( vedi la figura del maggiordomo o i dialoghi sulle maschere pirandelliane che più deboli non potevano essere concepiti) l'unica cosa da salvare sono l'ambientazione e la scenografia ( suggestivo il sotterraneo del castello con tutte quelle mummie), la buona fotografia e gli ottimi movimenti di camera del regista Scavolini nelle sequenze cruente degli omicidi.
Gli attori sono tutti maldestramente e forzatamente sopra le righe, non per colpa loro, ma per pseudoautoriali esigenze 'surreali' di copione, tanto che Ivan Russimov, uno dei peggiori interpreti che abbiano frequentato il cinema italiano, qui sembra Lawrence Olivier rispetto agli altri, come la Galli e Pistilli, che non credomo minimamente a ciò che stanno facendo.
La trama è vecchia e abusata, con il solito invito di un gruppo di persone presso un castello gotico, che vengono eliminate una dopo l'altra dal loro ospite, la quale, come detto sopra, è una donna gravemente disturbata e affetta da follia omicida.
In questo disastro a tratti ridicolo ( vedi la figura del maggiordomo o i dialoghi sulle maschere pirandelliane che più deboli non potevano essere concepiti) l'unica cosa da salvare sono l'ambientazione e la scenografia ( suggestivo il sotterraneo del castello con tutte quelle mummie), la buona fotografia e gli ottimi movimenti di camera del regista Scavolini nelle sequenze cruente degli omicidi.
La sanguisuga conduce la danza (1975) di Alfredo Rizzo
Uno dei film più brutti della storia del cinema, questo sexy gotico sul modello di "Dieci piccoli indiani", che per oltre cinquanta minuti propina solo noia mortale e qualche siparietto erotico, prima che si consumi il primo delitto.
Tutto è pessimo qui: la recitazione, la regia, la sceneggiatura, i dialoghi. Il trash per eccellenza.
La storia è quella di un conte irlandese ricco e di bell'aspetto (l'attore Giacomo Rossi Stuart), vedovo nonostante la giovane età, che si innamora di un'attrice di teatro ( la bella e procace Patrizia De Rossi ) identica alla sua amata moglie defunta. Così invita lei e il resto della compagnia teatrale ( tre donne ed un buffo attendente) al suo castello. Ad un certo punto si verificano una serie di omicidi simili a quelli che erano occorsi in passato nel castello e si scoprirà che a commetterli era proprio la presunta morta, segregata ed istigata dalla governante ( Femi Benussi) morbosamente innamorata del conte.
"L'iguana dalla lingua di fuoco" (1971) di Riccardo Freda alias Willy Pareto
Thriller modesto, del regista Riccardo Freda, già autore del primo horror italiano "I vampiri", nel 1957 e cineasta che ebbe il merito di volere esprimersi artisticamente in modo alternativo al pur fondamentale filone neorealista che negli anni cinquanta era imperante in Italia.
La trama de"L'iguana dalla lingua di fuoco" vede un serial killer munito di acido sfregiante e rasoio che deturpa il viso e uccide alcune donne, collegate tutte da vari rapporti diretti o indiretti con un ambasciatore di stanza a Dublino.
Le indagini vengono condotte dall'ispettore Norton ( un Luigi Pistilli in ottima forma qui) che riesce a conquistare il cuore della figlia dell'ambasciatore ( Dagmar Lassander) e a svelare il mistero dietro quelle uccisioni.
La sceneggiatura, scritta dallo stesso Freda, non è granchè e così i dialoghi, ma l'attrice Valentina Cortese ( che nel film intepreta la parte della moglie insoddisfatta dell'ambasciatore) regala una grande performance e Pistilli rende molto credibile il suo personaggio del poliziotto duro e determinato, sebbene con un passato tramautico alle spalle.
Come giallo, purtroppo fa acqua da tutte le parti, specie per la scelta della persona del killer, che appare del tutto ingiustificata rispetto agli indizi disseminati inizialmente nel film e alla quasi totale assenza di caratterizzazione di questo personaggio ( nonostante la madre dell'ispettore Norton, novella Miss Murple, ne preannunci l'identità in qualche battuta).
Inoltre troppo gratuitamente splatter le uccisioni, per chi non ama l'eccesso di profusioni di sangue
La trama de"L'iguana dalla lingua di fuoco" vede un serial killer munito di acido sfregiante e rasoio che deturpa il viso e uccide alcune donne, collegate tutte da vari rapporti diretti o indiretti con un ambasciatore di stanza a Dublino.
Le indagini vengono condotte dall'ispettore Norton ( un Luigi Pistilli in ottima forma qui) che riesce a conquistare il cuore della figlia dell'ambasciatore ( Dagmar Lassander) e a svelare il mistero dietro quelle uccisioni.
La sceneggiatura, scritta dallo stesso Freda, non è granchè e così i dialoghi, ma l'attrice Valentina Cortese ( che nel film intepreta la parte della moglie insoddisfatta dell'ambasciatore) regala una grande performance e Pistilli rende molto credibile il suo personaggio del poliziotto duro e determinato, sebbene con un passato tramautico alle spalle.
Come giallo, purtroppo fa acqua da tutte le parti, specie per la scelta della persona del killer, che appare del tutto ingiustificata rispetto agli indizi disseminati inizialmente nel film e alla quasi totale assenza di caratterizzazione di questo personaggio ( nonostante la madre dell'ispettore Norton, novella Miss Murple, ne preannunci l'identità in qualche battuta).
Inoltre troppo gratuitamente splatter le uccisioni, per chi non ama l'eccesso di profusioni di sangue
"Il gatto a nove code" (1971) diretto da Dario Argento
Masterpiece assoluto. Con questo film il giallo italiano tocca la sua vetta più alta nella produzione di genere, assurgendo a modello insuperato nella storia del cinema, se si faccia eccezione per il maestro dei maestri del brivido, Alfred Hitchcock: a mio avviso, infatti, Dario Argento è secondo solo a lui per importanza.
Tanto per cominciare, la trama è robusta e avvincente negli spunti criminologici, con il grande Karl Malden che offre una memorabile interpretazione nel ruolo di un cieco appassionato di enigmistica che con l'adorabile nipotina e l'aiuto di un bravo giornalista ( il brillante attore James Franciscus) svela il mistero che si cela dietro ad una serie di omicidi che ruotano intorno ad un istituto di ricerca in cui è condotto uno studio sul cromosoma XYY, ritenuto un'anomalia genetica che importa la predisposizione ad una aggressività abnorme e quindi all'assassinio maniacale.
L'iconografia del killer qui è scevra dai soliti stereotipi di impermeabile, guanti e volto coperto, che sovrabbondano nella produzione giallistica, concentrandosi soprattutto sulle motivazioni che spingono l'autore dei delitti a uccidere. L'uso della telecamera in soggettiva è ben calibrato, offrendoci una suggestiva ed efficace prospettiva del criminale sul mondo circostante nel momento dell'esplosione violenta del suo istinto omicida.
Anche le tentazioni splatter sono contenute, con le scene di sangue non risolte in effettacci granguignoleschi gratuiti, alla Fulci, per intenderci.
Fino alla fine del film non si indovina chi sia il colpevole, nonostante appaia poi logico che sia stato proprio lui a commettere gli omicidi, non solo in quanto in possesso di quella mappa cromosomica che scientificamente viene ritenuta criminogena, ma perchè ha delle motivazioni aggiuntive, come la difesa della propria carriera di insigne ricercatore e il tentativo di ricatto che viene consumato ai suoi danni.
Tutto è perfetto, dalla fotografia di una Roma notturna assai suggestiva nelle scene di apertura, alle musiche di Ennio Morricone e alle geniali soluzioni visive del regista Argento, autentico innovatore del linguaggio filmico.
Tanto per cominciare, la trama è robusta e avvincente negli spunti criminologici, con il grande Karl Malden che offre una memorabile interpretazione nel ruolo di un cieco appassionato di enigmistica che con l'adorabile nipotina e l'aiuto di un bravo giornalista ( il brillante attore James Franciscus) svela il mistero che si cela dietro ad una serie di omicidi che ruotano intorno ad un istituto di ricerca in cui è condotto uno studio sul cromosoma XYY, ritenuto un'anomalia genetica che importa la predisposizione ad una aggressività abnorme e quindi all'assassinio maniacale.
L'iconografia del killer qui è scevra dai soliti stereotipi di impermeabile, guanti e volto coperto, che sovrabbondano nella produzione giallistica, concentrandosi soprattutto sulle motivazioni che spingono l'autore dei delitti a uccidere. L'uso della telecamera in soggettiva è ben calibrato, offrendoci una suggestiva ed efficace prospettiva del criminale sul mondo circostante nel momento dell'esplosione violenta del suo istinto omicida.
Anche le tentazioni splatter sono contenute, con le scene di sangue non risolte in effettacci granguignoleschi gratuiti, alla Fulci, per intenderci.
Fino alla fine del film non si indovina chi sia il colpevole, nonostante appaia poi logico che sia stato proprio lui a commettere gli omicidi, non solo in quanto in possesso di quella mappa cromosomica che scientificamente viene ritenuta criminogena, ma perchè ha delle motivazioni aggiuntive, come la difesa della propria carriera di insigne ricercatore e il tentativo di ricatto che viene consumato ai suoi danni.
Tutto è perfetto, dalla fotografia di una Roma notturna assai suggestiva nelle scene di apertura, alle musiche di Ennio Morricone e alle geniali soluzioni visive del regista Argento, autentico innovatore del linguaggio filmico.
"L'uccello dalle piume di Cristallo" (1970), di Dario Argento
C'è un 'rosso Valentino' nella moda e un 'rosso Argento' nel cinema, come dimostra la sequenza iniziale del film d'esordio del regista romano,il quale lo volle così fortemente, dopo averne scritto l'ottima sceneggiatura, da decidere di produrlo, oltre che dirigerlo, grazie all'aiuto del padre, che lo finanziò.
La cosiddetta 'trilogia degli animali' nel giallo italiano comincia così con "L'uccello dalle piume di cristallo", che raccoglie l'eredità iconografica di "Sei donne per l'assassino" di Mario Bava e la spinge oltre, ponendo l'asticella un paio di spanne più su, dove nessun altro regista italiano di genere è mai riuscito ad arrivare dopo Argento.
La trama vede uno scrittore americano ( intepretato da Tony Musante ), il quale si trova a Roma per ritrovare l'ispirazione letteraria perduta e sbarcare il lunario scrivendo un saggio ornitologico.
Tornando a casa una sera, egli si imbatte in quello che apparentemente è il tentato omicidio di una donna, Monica Ranieri, moglie del direttore di una galleria d'arte che proprio in questo luogo rimane leggermente ferita dal presunto aggressore. L'antefatto è che già tre ragazze sono state uccise in città e quindi il commissario di polizia ( un grande Enrico Maria Salerno), chiamato dallo scrittore testimone del fatto di sangue, sospetta che l'autore di questo tentato omicidio sia lo stesso killer.
Lo scrittore, coinvoltosi emotivamente, decide di dare un contributo alle indagini.
La cosiddetta 'trilogia degli animali' nel giallo italiano comincia così con "L'uccello dalle piume di cristallo", che raccoglie l'eredità iconografica di "Sei donne per l'assassino" di Mario Bava e la spinge oltre, ponendo l'asticella un paio di spanne più su, dove nessun altro regista italiano di genere è mai riuscito ad arrivare dopo Argento.
La trama vede uno scrittore americano ( intepretato da Tony Musante ), il quale si trova a Roma per ritrovare l'ispirazione letteraria perduta e sbarcare il lunario scrivendo un saggio ornitologico.
Tornando a casa una sera, egli si imbatte in quello che apparentemente è il tentato omicidio di una donna, Monica Ranieri, moglie del direttore di una galleria d'arte che proprio in questo luogo rimane leggermente ferita dal presunto aggressore. L'antefatto è che già tre ragazze sono state uccise in città e quindi il commissario di polizia ( un grande Enrico Maria Salerno), chiamato dallo scrittore testimone del fatto di sangue, sospetta che l'autore di questo tentato omicidio sia lo stesso killer.
Lo scrittore, coinvoltosi emotivamente, decide di dare un contributo alle indagini.
"Quattro mosche di velluto grigio" (1971), di Dario Argento
Per gli amanti delle classifiche, il peggiore dei tre film della trilogia zoonomica di Argento, qualora si abbia riguardo al plot e il migliore se invece si dia rilievo alla pura regia, nella sua massima ispirazione visionaria, onirica e fantascientifica, che tutto sommato è la cifra specifica del regista romano e che troverà la sua espressione più compiuta in "Profondo rosso" e "Suspiria".
La storia è quella di un batterista rock, Roberto Tobias (il modesto attore Michael Brandon), perseguitato da un misterioso killer dalla maschera di pupazzo inquietante.
Ma i troppi siparietti comici (insopportabilmente stupidi quelli del postino imbranato che consegna, dell'investigatore gay che non ha mai risolto un caso e del venditore di bare,ed eccezion fatta solo per la celebre ed esilarante battuta di Lionello: "sei diventato rosso come il presidente Mao") spezzano eccessivamente il ritmo e la tensione narrativa.
Anche l'intermezzo erotico del tradimento coniugale di Roberto con l'amica Dalia ( la peraltro bellissima Francine Racette) appare una inutile forzatura.
Dialoghi e sceneggiatura scricchiolanti, con pessimo e illogico spiegone finale del perchè dello stalking del musicista (assomiglia come una goccia d'acqua ad una persona del passato odiata dal killer) e degli omicidi, dunque, anche se l'idea della retina degli occhi che trattiene l'ultima immagine impressa da vivi ( qui misteriosamente 'fotografate' dallo sguardo della ragazza uccisa sono quattro mosche) è geniale.
Magistralmente girate da Argento alcune sequenze: quella dell'omicidio della ragazza ricattatrice nel parco, che cita Sergio Martino ne "Lo strano vizio della signora Wardh", ma che è di calibro realizzativo superiore al modello; quella del sogno della piazza dove sta per aver luogo un'esecuzione per decapitazione; quella dell'uccisione del complice del killer percosso alla testa e poi strangolato con il fil di ferro, in cui l'uso della soggettiva è particolarmente efficace; ed infine quella del pedinamento dell'assassino nella metropolitana da parte dell'investigatore privato che si conclude con la morte di quest'ultimo per iniezione letale.
Molto bella e brava Mimsy Farmer nel ruolo apparentemente minore della moglie del musicista che nasconde una verità tragica (è lei l'assassina, traumatizzata dal cattivo padre che la disprezzava e picchiava da bambina), mentre la presenza del simpatico Bud Spencer è del tutto fuori luogo.
La storia è quella di un batterista rock, Roberto Tobias (il modesto attore Michael Brandon), perseguitato da un misterioso killer dalla maschera di pupazzo inquietante.
Ma i troppi siparietti comici (insopportabilmente stupidi quelli del postino imbranato che consegna, dell'investigatore gay che non ha mai risolto un caso e del venditore di bare,ed eccezion fatta solo per la celebre ed esilarante battuta di Lionello: "sei diventato rosso come il presidente Mao") spezzano eccessivamente il ritmo e la tensione narrativa.
Anche l'intermezzo erotico del tradimento coniugale di Roberto con l'amica Dalia ( la peraltro bellissima Francine Racette) appare una inutile forzatura.
Dialoghi e sceneggiatura scricchiolanti, con pessimo e illogico spiegone finale del perchè dello stalking del musicista (assomiglia come una goccia d'acqua ad una persona del passato odiata dal killer) e degli omicidi, dunque, anche se l'idea della retina degli occhi che trattiene l'ultima immagine impressa da vivi ( qui misteriosamente 'fotografate' dallo sguardo della ragazza uccisa sono quattro mosche) è geniale.
Magistralmente girate da Argento alcune sequenze: quella dell'omicidio della ragazza ricattatrice nel parco, che cita Sergio Martino ne "Lo strano vizio della signora Wardh", ma che è di calibro realizzativo superiore al modello; quella del sogno della piazza dove sta per aver luogo un'esecuzione per decapitazione; quella dell'uccisione del complice del killer percosso alla testa e poi strangolato con il fil di ferro, in cui l'uso della soggettiva è particolarmente efficace; ed infine quella del pedinamento dell'assassino nella metropolitana da parte dell'investigatore privato che si conclude con la morte di quest'ultimo per iniezione letale.
Molto bella e brava Mimsy Farmer nel ruolo apparentemente minore della moglie del musicista che nasconde una verità tragica (è lei l'assassina, traumatizzata dal cattivo padre che la disprezzava e picchiava da bambina), mentre la presenza del simpatico Bud Spencer è del tutto fuori luogo.
" Chi l'ha vista morire?" (1972) di Aldo Lado
A volte nel cinema la musica diventa assoluta copratogonista delle storie narrate ed Ennio Morricone qui regala al regista Lado una colonna sonora memorabile, il cui fulcro è costituito da un coro di voci bianche che intona una nenia lugubrememnte infantile, a sottolineare la tragicità macabra dell'uccisione di bambine tutte accomunate da una chioma rossa.
Anche la location e l'ambientazione in "Chi l'ha vista morire" giocano un ruolo fondamentale, in una Venezia cupa e opprimente, ripresa efficacemente da Lado, dove i giochi perversi della borghesia si celano dietro la facciata del perbenismo e uno psicopatico miete le sue giovanissime vittime.
Come in "Non si sevizia un paperino", anche qui l'infanticida è un prete, ma la motivazione delle sue orribili azioni criminose, che viene svelata nel finale del film insieme con l'identità del killer, appare meno convincente di quella del capolavoro di Fulci.
Tutto considerato, comunque, buoni la sceneggiatura e i dialoghi, e malgrado il ritmo conosca qualche momento di stanca e la trama soffra quà e là di accenti melodrammatici un pò 'telefonati', la suspance rimane viva per la maggior parte del film, che va giudicato fra i migliori thriller dell'epoca.
Buone le prove degli attori, e su tutte quelle di Adolfo Cieli e dell'atletico George Lazenby: , la Strindberg senza infamia e senza lode come sempre. Indimenticabile Alessandro Haber, nella parte più odiosa (è lui il sacerdote assassino).
Anche la location e l'ambientazione in "Chi l'ha vista morire" giocano un ruolo fondamentale, in una Venezia cupa e opprimente, ripresa efficacemente da Lado, dove i giochi perversi della borghesia si celano dietro la facciata del perbenismo e uno psicopatico miete le sue giovanissime vittime.
Come in "Non si sevizia un paperino", anche qui l'infanticida è un prete, ma la motivazione delle sue orribili azioni criminose, che viene svelata nel finale del film insieme con l'identità del killer, appare meno convincente di quella del capolavoro di Fulci.
Tutto considerato, comunque, buoni la sceneggiatura e i dialoghi, e malgrado il ritmo conosca qualche momento di stanca e la trama soffra quà e là di accenti melodrammatici un pò 'telefonati', la suspance rimane viva per la maggior parte del film, che va giudicato fra i migliori thriller dell'epoca.
Buone le prove degli attori, e su tutte quelle di Adolfo Cieli e dell'atletico George Lazenby: , la Strindberg senza infamia e senza lode come sempre. Indimenticabile Alessandro Haber, nella parte più odiosa (è lui il sacerdote assassino).
"La volpe dalla coda di velluto" (1972), di Josè Maria Forque
Il
titolo zoonomico non inganni, in quanto lontano dagli stilemi
argentiani e invece diretto epigono della trilogia di Lenzi, questo
giallo erotico del regista spagnolo Josè
Maria Forque, coprodotto dall'italia.
L'ambientazione
è quella della società alto-borghese in una splendida location sul
mare.
Ottima
la fotografia e discreta la sceneggiatura, con dialoghi ben curati e
interpreti tutti ben funzionanti nel loro ruolo.
Tuttavia
il plot è assai scontato, con la bella e ricca ereditiera (l'attrice
Analia Gadè) in procinto di divorziare dal marito noioso e
spiantato, la quale si innamora della persona sbagliata, un
affascinante avventuriero e prezzolato killer ( Jean Sorel ), il
quale ha l'incarico di far fuori la poveretta e far si che il marito
erediti la sua fortuna.
Purtroppo
è previdibilissimo fin dalle prime battute del film che si tratti di
una tipica situazione di triangolo perverso e di delitto tentato per
questioni ereditarie, anche se il finale è ben congegnato e dal
momento in cui la donna intuisce di essere oggetto di un complotto
omicida per interessi, il plot decolla e la suspance monta fino alla
morte per avvelenamento di uno dei cospiratori e poi all'epilogo
liberatorio.
Particolare
da menzionare, l'elegante citazione da Hitckock ( "La donna che
visse due volte") con il carrello della macchina da presa che
gira vorticosamente intorno a Sorel e alla Gadè nella scena del
ballo in discoteca.
Il
difetto principale va individuato nei primi venti minuti del film,
troppo lenti e ripetitivi, con sequenze erotiche e sentimentali da
sbadiglio e che avrebbero dovuto essere ben più condensati.
"Sette note in nero" (1977) di Lucio Fulci
Potrebbe sembrare ingeneroso affermare ciò, ma è Ironico che il meno fulciano dei film di Fulci fu il suo capolavoro assoluto: se si faccia eccezione per la prima scena del film con l'effettaccio della testa della donna in caduta libera che si frantuma sulle rocce , con "Sette note in nero" Fulci ci ha regalato un giallo parapsicologico dall'impianto classico e superbo nella sua realizzazione, scevro dai gratuiti manierismi'gore' che gli erano peculiari e dall'uso smodato degli zoom e delle sequenze con macchine da presa spasmodicamente nervose ai quali altrove ci aveva abituato.
Ed è doveroso spingersi oltre nel lodare questo film, definendolo, senza tema di smentita, il miglior thriller sulle premonizioni di fatti criminosi di tutta la storia del cinema.
Un grande debito nei suoi confronti hanno "Gli occhi di Laura Mars" ( che – coincidenza? - uscì nelle sale solo un anno dopo) di Irvin Kershner e " The gift" (2000), di Sam Raimi, anche se lo spunto letterario originario è da ricercare probabilmente nel racconto di Philip Kindred Dick , dal titolo "Minority report" (dal quale fu tratto il thriller fantascientifico omonimo, di Steven Spielberg), oltre che, apertamente, da "Terapia mortale", di Vieri Razzini, che collaborò con Dardano Sacchetti alla stesura dello script e dal racconto "Il gatto nero" di Edgar Allan Poe.
Ma a prescindere dalla fonti ispirative, la sceneggiatura è praticamente perfetta. Il meccanismo di rimando fra passato, presente e futuro, fra preveggenze della protagonista e accadimenti, che disorienta abilmente lo spettatore senza ricorrere ad incongruenze o 'colpi bassi narrativi', funziona 'ad orologeria' in modo eccellente.
La musica gioca anche un fattore decisivo, in senso stretto, dato che saranno proprio le sette note del carillion ( le stesse che Tarantino inserirà nella colonna sonora del suo Kill Bill) a rivelare chi è l'assassino e dove si trova la sua ultima vittima.
La trama vede Virgina ( la bella e brava Jennifer O'Niel) sposata da poco con un nobile toscano ( Gianni Garko), essere in possesso del dono delle premonizioni che fin da bambina l'avevano drammaticamente segnata, quando ebbe in visione il suicidio della madre, che da lì a poco sarebbe avvenuto.
Ora novella sposa, mentre si dirige verso la villa disabitata del marito (che lei, designer di interni, intende ristrutturare e decorare a nuovo) ha ha la preveggenza di un delitto che avverrà puntualmente proprio nella casa del nobile compagno.
Per un equivoco interpretativo delle sue visioni, basato sull'incastro temporale fra passato e futuro, e con eventi delittuosi che incidono nello stesso spazio, Virginia scopre lo scheletro di una donna murata nella villa del marito, Francesco Ducci, e chiama la polizia. Si scopre che la ragazza, una venticinquenne, era stata l'amante di Ducci.
Seguiranno l'incirminazione di quest'ultimo e gli sforzi della moglie per scagionarlo, anche con l'aiuto di un parapsicologo ( Marc Porel), della sua assistente ( Jenny Tamburi) e dell'avvocato difensore. Sforzi coronati dal successo, dato che grazie alle investigazioni di Virginia e compagni, le accuse cadono su un altro uomo, sovrintendente di una pinacoteca ( Gabriele Ferzetti). Ducci viene liberato, ma la verità su un'altra visione di Virginia, la più tragica per lei, si rivelerà particolarmente sconvolgente.
Il finale è aperto, anche se il vero colpevole è di certo assicurato alla giustizia.
Ed è doveroso spingersi oltre nel lodare questo film, definendolo, senza tema di smentita, il miglior thriller sulle premonizioni di fatti criminosi di tutta la storia del cinema.
Un grande debito nei suoi confronti hanno "Gli occhi di Laura Mars" ( che – coincidenza? - uscì nelle sale solo un anno dopo) di Irvin Kershner e " The gift" (2000), di Sam Raimi, anche se lo spunto letterario originario è da ricercare probabilmente nel racconto di Philip Kindred Dick , dal titolo "Minority report" (dal quale fu tratto il thriller fantascientifico omonimo, di Steven Spielberg), oltre che, apertamente, da "Terapia mortale", di Vieri Razzini, che collaborò con Dardano Sacchetti alla stesura dello script e dal racconto "Il gatto nero" di Edgar Allan Poe.
Ma a prescindere dalla fonti ispirative, la sceneggiatura è praticamente perfetta. Il meccanismo di rimando fra passato, presente e futuro, fra preveggenze della protagonista e accadimenti, che disorienta abilmente lo spettatore senza ricorrere ad incongruenze o 'colpi bassi narrativi', funziona 'ad orologeria' in modo eccellente.
La musica gioca anche un fattore decisivo, in senso stretto, dato che saranno proprio le sette note del carillion ( le stesse che Tarantino inserirà nella colonna sonora del suo Kill Bill) a rivelare chi è l'assassino e dove si trova la sua ultima vittima.
La trama vede Virgina ( la bella e brava Jennifer O'Niel) sposata da poco con un nobile toscano ( Gianni Garko), essere in possesso del dono delle premonizioni che fin da bambina l'avevano drammaticamente segnata, quando ebbe in visione il suicidio della madre, che da lì a poco sarebbe avvenuto.
Ora novella sposa, mentre si dirige verso la villa disabitata del marito (che lei, designer di interni, intende ristrutturare e decorare a nuovo) ha ha la preveggenza di un delitto che avverrà puntualmente proprio nella casa del nobile compagno.
Per un equivoco interpretativo delle sue visioni, basato sull'incastro temporale fra passato e futuro, e con eventi delittuosi che incidono nello stesso spazio, Virginia scopre lo scheletro di una donna murata nella villa del marito, Francesco Ducci, e chiama la polizia. Si scopre che la ragazza, una venticinquenne, era stata l'amante di Ducci.
Seguiranno l'incirminazione di quest'ultimo e gli sforzi della moglie per scagionarlo, anche con l'aiuto di un parapsicologo ( Marc Porel), della sua assistente ( Jenny Tamburi) e dell'avvocato difensore. Sforzi coronati dal successo, dato che grazie alle investigazioni di Virginia e compagni, le accuse cadono su un altro uomo, sovrintendente di una pinacoteca ( Gabriele Ferzetti). Ducci viene liberato, ma la verità su un'altra visione di Virginia, la più tragica per lei, si rivelerà particolarmente sconvolgente.
Il finale è aperto, anche se il vero colpevole è di certo assicurato alla giustizia.
"Così
dolce così perversa" (1969) di Umberto Lenzi
Decisamente
noioso, seppur girato con la solita maestria dal regista romano
scomparso di recente, questo giallo erotico di Umberto Lenzi:
prevedibile nella prima metà abbondante del film e inverosimile dopo
il primo colpo di scena importante del plot.
Certamente
il peggiore di quella che potremmo definire la trilogia della
morbosità e della perversione alto borghese, nata dalla penna dello
sceneggiatore Ernesto Gastaldi, qui evidentemente sotto tono.
La
solita antieroina Carol Backer interpreta la parte di Nicole, la
femme fatale che incanta e attira in una trappola mortale Jean
Reynaud
, un uomo sposato (Jean-Louis Trintignant) con la complicità della
moglie omosessuale Danielle ( una splendida Erika Blanc) e di un
killer ( il sinistro attore tedesco Horst
Frank
).
In
realtà, dopo la morte per accoltellamento di Jean seguirà anche
quella di Danielle, sempre ad opera del killer, che si scopre essere
il marito di Nicole. Insomma, questo modesto " Così dolce e
così perversa" non è un semplice triangolo, bensì un vero e
proprio 'quadrato criminale'.
Unica
nota positiva del film, seppur debolmente attinente alla narrazione,
le efficaci visioni sadomaso della Backer, che forse influenzarono
"Lo strano vizio della signora Wardh", di Martino.




















